Passa ai contenuti principali

anche le mamme si fanno male

E hanno un tempismo meraviglioso, nel farsi male...
Dopo aver criticato (solo nella mia testa, che sia chiaro) la mia mamma, che per ben due volte si è fatta male correndo dietro a mio figlio - la prima volta si è rotta il mignolo del piede, la seconda ha pinzato il pollice nella portiera della macchina - questa volta è toccato a me.
Domenica, esterno giorno: parco, grande bello e soleggiato.
Con il piccoletto ci divertiamo a fare avanti e indietro dalla collina che sovrasta i prati, e ci fermiamo ad osservare un pavone imbaldanzito che mostra la ruota in tutta la sua cangiante bellezza.
Il pavone pensa bene di bloccare il passaggio della stradina, ma non è un problema, tagliamo sotto gli alberi, noi.
E così, come nelle più trite barzellette, io vado a sbattere in piena fronte contro uno spuntone di ramo, all'altezza esatta della mia fronte. E comincio a sanguinare come se mi avessero sgozzato, mentre il piccoletto, arrivato sulla stradina pedonale, controlla il pavone e intanto si chiede come mai non scendo.
Ho la presenza di spirito di chiedere aiuto a una coppia con bambino con cui avevo scambiato due parole pochi secondi prima. Recuperiamo il piccoletto, cerchiamo di frenare il fiotto di sangue, rimango seduta ad aspettare, per capire che tipo di male mi sono fatta.
Mi accompagnano all'ingresso del parco, e intanto io chiamo mia madre, che venga a recuperare la macchina e noi. Il sangue diminuisce, la testa non mi gira, ho solo un gran male per la botta... insomma, tutto normale.
Adesso posso vantare un buco in testa, un cerotto invisibile al posto del cerottone bianco messo ieri pomeriggio, un discreto livido gonfio e un figlio molto assennato in situazioni di emergenza: si è dimostrato obbediente e tranquillo, e non si è spaventato (o perlomeno non troppo, anche se a casa mi ha raccontato per bene cosa era successo, segno che in fondo aveva bisogno di rielaborare per capire).

Mi sono spaventata io, a dire il vero

Commenti

Post popolari in questo blog

#quellavoltache*

Non è stata una volta sola, come tutte, come tutti. Ce ne sono tre che ricordo meglio delle altre.

La prima è stata a 12 anni, ed è stata #quellavoltache ho subito maggiormente il trauma. Perché ero in vacanza, perché di quell'adulto mi fidavo, perché era parte di un contesto protetto (della bocciofila dove mio nonno passava la giornata, in vacanza, e dove tutti passavamo almeno qualche ora). Dovevo andare dalla bocciofila alla casa della mia amica, oltre la pineta, era sera e questo signore mi ha accompagnata un pezzo. Mi ha palpeggiata: avevo già il seno (era dai 10 anni che si era sviluppata quella parte della mia anatomia); ha tentato di baciarmi. Io mi sono spaventata moltissimo ma non sarei riuscita a scappare, ero impietrita, lui mi ha chiesto di non dirlo a nessuno. Il giorno dopo non volevo entrare in bocciofila, mia madre mi ha chiesto e io le ho raccontato tutto (piangendo): non mi hanno più lasciata entrare in quel posto da sola, e dopo pochi giorni è finita la stagion…

Inizio di ottobre, chiusura di un ciclo

Due giorni che valgono mille. In attesa di mettere ordine, almeno prendo nota. Sabato 30 è stata la festa di compleanno di Andrea, l'amico da sempre. 50 anni. Una  bella, bellissima festa con oltre 100 persone. Una festa che è durata dal pomeriggio alla notte, con gente da tutta Italia, e balli e musica e bambini e vecchi amici.
Domenica 1 ottobre è stato l'arrivo di Francesca, casuale ospite molto gradita che è stata inserita suo malgrado in un turbine di eventi. È stata la messa di commiato di don Ivo, il saluto dopo 31 anni in parrocchia, la commozione, i canti... il fastidio per le stesse vecchie dinamiche che sarebbero da scardinare a calcioni (e don Ivo lo sa bene) ma che vengono quasi esibite al suono della frase più odiata "noi siam fatti così!".
È stato l'arrivare in parrocchia come quella prima volta ad ottobre 1993 ed essere ricevuta come allora dalla stessa persona (sorridente, stavolta a differenza di allora).
È stata, domenica, la corsa in ospedale …

analisi della persona

Sembro più giovane. Lo dicono le donne che di solito sono parche di complimenti, me lo dicono gli uomini che mi trattano alla pari prima di sapere che ho (x) anni più di loro. Lo dicono anche quelli che mi accomunano come sorella alla mia amica Paola (altra donna che non dimostra la sua età) o a Ilaria (che invece di anni ne ha 14 meno di me).
Cosa significa sembrare più giovane?
A volte significa dover arrancare dietro a percorsi che per età mi sono difficili, ostici perfino. A volte significa dimenticare limiti che invece l'età che ho (perché ce l'ho, è inutile camuffarsi dietro a un complimento per quanto ben riuscito) reclama a gran voce.
A volte l'ignoranza dell'età mi permette di non stare in una casella, e mi rende felice.

Quand'è che ho perso di vista i miei modelli? E quando esattamente sono diventata questa persona inscatolata nelle difficoltà quotidiane, che non ha più il gusto delle cose?
Non so esattamente. Ma so cosa voglio fare (e in parte faccio) pe…