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Malinconie di fine giornata


Torino mi accoglie di nuovo come una casa.
Forse la città è cambiata, o più probabilmente sono cresciuta io, di nuovo.
Non è più la collina verde e silenziosa il luogo che fa casa: al contrario, in quelle zone la mancanza della nonna e degli zii si fa sentire come un graffio sanguinante che parte da dentro, improvviso, imprevisto e lancinante. E non è più nemmeno corso Re Umberto, e la casa vecchia, dove non ci sono più legami. Ora gravito sul centro storico, nella zona del Quadrilatero Romano, attirata come l'ago di una bussola dal Nord: posti per passeggiare e per vivere, posti con la gente, posti che fanno tanto Parigi ora mi riportano a casa.

Forse sono anche le persone, quelle che contano. Anzi, senza forse. Qualcuno nuovo con lo sguardo sognante e una realtà che tira e strattona per terra, qualcuno antico con le solite gaffes e il cuore un po' vuoto.
"E' bello questo giubbotto, ti sta bene, te l'ho già detto?"
"no, non potevi averlo detto prima perchè l'ho comprato solo una settimana fa. Però grazie".


Un venerdì passato a fare la signorina perbene: ho limato le unghie e messo le calze, lo smalto e i tacchi, la collana nuova e il vestito. Bella per me, visto che poi sono rimasta bardata fino alla punta delle orecchie per il freddo gelido e pungente. L'aperitivo fatto per lavoro ma divertente come se fosse festa, mi ha fatto sorridere.
E la cena con i vecchi amici ha competato l'opera - insieme al vino.
E la voglia di condividere, prepotente, mi ha fatto scegliere.

Domani li rivedo, questi vecchi amici. Di nuovo a Torino.

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