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intervallo - o dei sogni

Avevo promesso racconti di sogni. Ormai il sogno in questione, lungo e complesso, è rimasto in Francia insieme al ricordo delle vacanze...

Ambientazione. Varia, ma prevalentemente marina. Un mare che non è Adriatico, ma sembra più il Tirreno di malmostosa memoria. Di quei mari con le onde grandi e il fondo torbido, ma che non fa affatto paura. Un mare che è pieno di energia. Un po’ in tempesta, non abbastanza in tempesta da non essere domato. Un mare che non mi spaventa affatto.
Compagnia. Anche questa varia ed eventuale. Ovvero: le tre coppie di forlivese ascendenza, che ormai non frequento più da tanto e che nel mio immaginario costruiscono il perfetto prototipo borghese, incasellato e allineato nel “questo si fa, questo non si fa. Una coppia si comporta così, un single si comporta cosà” Etc. etc. Della compagnia, scelgo la più gattamorta del gruppo: perché, come si sa, io ho occhio per queste cose.

Svolgimento. E qui si complicano le cose. Andiamo al mare, siamo in sette – almeno credo (ma potrebbe essere una aggiunta dell’io cosciente: siamo sempre in sette, quando io mi aggiungo a quelle tre coppie, quindi probabilmente eravamo in sette anche nel sogno). Io decido di andare a fare il bagno in quel mare turbolento e affascinante, e siccome sono una personcina conscia delle sue potenzialità e degli strumenti che ha a disposizione, mi porto in acqua Q, il libro di Luther Blisset che sto leggendo (anzi, a dirla tutta, che ho finito di leggere stamattina). Un genio. Non solo: lo ritengo importante, quasi indispensabile per entrare in quelle acque. Con me in acqua viene la gattamorta, che poi esce prima di me e dice “Monica, io intanto vado in là perché tra un poco è ora di andare”. “ Va bene, arrivo”.

Esco dall’acqua – cosa strana, adesso che ci penso, non ricordo di essermi asciugata né di avere freddo: eppure il tempo si era fatto sempre più cupo e temporalesco e a rigor di logica avrei dovuto rabbrividire – e mi accorgo che il libro non si è bagnato se non nella parte della costa, dove anzi è pure un po’ insabbiato , di quella sabbia scura che si vede al mare quando è piovuto. Per raggiungere gli amici dovrei superare delle barche spiaggiate, e oltrepassare la duna che separa il mare dalla spiaggia vera e propria. Non posso dire di averne così tanta voglia. Ma lo faccio.

Arrivo, e l’amico più conformista mi impone una piccola prova-gara di abilità necessaria per ottenere il passaggio che mi farà giungere a casa. Tento inutilmente, con il buonsenso, di far capire a S. (l’amico in questione) che la proposta di gara è idiota nonché poco sensata: sappiamo entrambi che mi accompagneranno comunque, e poi far correre un cartone delle uova su una pista per biglie è un controsenso in termini. L’amico S. si risente, e si mette a muso lungo da una parte. Mi rassegno e garantisco il mio impegno per superare la prova, che svolgo e – come immaginavo – non supero, perché il cartone rettangolare non rotola come una biglia o una palla.

Comunque, anche il mio subconscio deve averne abbastanza e mi consente di abbandonare la questione finti amici-passaggio per casa. Il secondo sogno mi si presenta come una continuazione del primo... 
 
Mi ritrovo invece da G., collega amico a cui voglio molto bene, che mi mostra tutto fiero la sua nuova casetta, che divide con altre due persone. E’ la casetta ligure “standard”, per come me le ricordo io: abbarbicata sul fianco della montagna, stanze piccole e tutte pitturate di bianco, con il muro solido e freddo, e tutte a livelli diversi (si sale o si scende a seconda della stanza che si deve vedere). Ma mi stupisco. G. ha un grande appartamento comprato da poco a Milano, come è possibile che conviva con altre due persone, e per giunta in affitto (come si premura di specificarmi)? E poi chi sono questi coinquilini? G. mi mostra una foto: uno dei due lo conosco! L’altro non si vede, nemmeno nella foto, ma il primo sì… perché abitate insieme, voi due?

Domanda che rimanderemo al prossimo sogno, dato che mi sono svegliata ed era mattina…

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