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Nevica – qui, al mare, a fiocchi turbinosi e piccoli, che sfarinano il bianco sulle macchine parcheggiate.

Il regalo aziendale natalizio mi è stato consegnato in ufficio. Il che significa che in qualche modo devo organizzarmi per venire in auto a prendere quel che mi è stato donato per portarlo a casa. Circa 60 km più su.

Ieri sera ho applicato il mio personalissimo sistema di abbattimento del nervoso da ufficio andando a caccia delle formine per i biscotti. La serata a impastare, mescolare, tagliare e infornare per due scatole piene di biscotti mi ha riconciliata un po’ con il mondo. I biscotti sono quelli di Natale: con la cannella e senza, con il latte al posto della panna e l’arancia al posto dello zenzero, con lo zucchero ridotto a un assaggio (forse ho esagerato) per il timore di biscotti troppo dolci. Però le formine, a stella di david e a quadrifoglio, sono belle!!!

Ho volutamente ignorato il caos casalingo. Come un bambino piccolo, mi chiedo se sia colpa mia: la casa è un macello, che si autoalimenta.
Se tutte le sere, tornando a casa, carico la lavatrice e la faccio partire, mangio quel che papà ha preparato, sparecchio pulisco lavo pentole e padelle, carico la lavastoviglie, mi faccio il caffè, aspetto che finisca la lavatrice, stendo i panni (anzi, come direbbe la mia amica toscana “tendo i panni”, perché stendere – secondo lei, e con impeccabile logica – indica ‘togliere i panni dal filo su cui sono tesi’) e faccio partire la lavastoviglie e a quel punto guardo l’orologio sono le undici e mezzo e intanto mio padre si è risvegliato aspetta la boule dell’acqua calda vuole la tisana si fa l’iniezione di insulina torna a dormire…
Se faccio tutto questo, perché la sera dopo rientrando a casa trovo di nuovo e ancora come prima il caos, come se non avessi fatto nulla??
Quel che avrei voluto sistemare lo scorso weekend ovviamente è rimasto indietro, complice la mia frettolosa partenza per Torino a cui non avrei rinunciato per niente al mondo. E forse questo weekend sarà ancora la stessa cosa. Mi accorgo che una persona di 66 anni compiuti non si educa più, e riconosco a mio padre l’impegno (per quel che vuole lui e che lui reputa opportuno): ma insomma, dopo che ha infeltrito due maglie di mamma nella foga di dare una mano credo sia meglio lasciare che si esprima in cucina senza allargare la sua sfera di influenza ad altre zone della casa, a cominciare dalla lavanderia.

La nonna tocca picchi di mistero per la scienza medica. Ieri mattina prima dell’alba la sua temperatura corporea era di 34 gradi (sì, 34), eppure lei era lucida e presente, in grado di rispondere in modo articolato, corretto e complesso alle domande che le venivano fatte (due esempi su tutti: signora, quanti figli ha? Tre, sono tutte figlie, ma adesso me ne son rimaste solo due, la maggiore è morta due anni fa proprio in questa settimana. Si chiamava Germana. Quando si è sposata signora? Ero giovane, avevo 22 anni). Continua a lamentarsi solamente del dolore alla gola e alla lingua, per il resto è insensibile – o non ha davvero male, non so.
edit. Avevo cominciato a scrivere questo testo stamattina presto, ma ora – è pomeriggio – so che la nonna Ottavia sta peggiorando e ha passato una pessima notte.
Ogni tanto mi assale la scintilla e penso che forse è stata anche la mia presenza a rallentare il suo distacco. Come uno che si allontana e che poi riconosce la voce di un’amica che lo richiama indietro, e torna. Non lo so, davvero.

Manca ancora l’albero di Natale a casa, ma il paesaggio imbiancato compensa. Lo scorso anno, di questi tempi, io scrivevo di decisioni sofferte e dolorose, e richiamavo l’amore della nonna per indicarne la gratuità. E qualcuno mi rispondeva:

Sei pronta a prenderti cura di qualcuno? Ad amarlo come ti ama tua nonna, come ti amano i tuoi genitori, o tuo fratello, di quell'amore pieno, di quell'amore gratuito che gioisce nel vederti, che ha piacere di stare con te? Che ti prende per intero, pregi e difetti, che si arrabbia, contesta, soffre, scherza, condivide, ride, che ha voglia di sceglierti sempre?

Forse lo scorso anno pativo troppo, mi raggomitolavo troppo su me stessa per essere pronta. Ora invece non più. Sì, mi sento pronta.

Mi sembra un buon punto di partenza per l’Avvento e il Natale 2009

Commenti

Capobelsky ha detto…
A quel qualcuno l'anno scorso avevi risposto con un perentorio "Si, io si" (o qualcosa del genere). Quest'anno quel qualcuno trova la risposta piu' profonda e aperta al futuro...
Auguri.
e.
monicabionda ha detto…
l'anno scorso parlavo da una ferita aperta... ;-)
monicabionda ha detto…
e comunque ancora non ho imparato. chepalle.

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